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Quasi come Homer

Il mio amico Homer

Il mio amico Homer

Ho indossato una polo bianca e un paio di jeans, mi sono specchiato, sono rimasto a fissare la mia immagine per qualche minuto. Il mio stile di vita con passare degli anni, mi ha trasformato in Homer J Simpson. Matthew Abram Groening detto “Matt” ha profetizzato il mio stile di vita che sto conducendo, inserendo tantissime analogie negli episodi della famiglia Simpson oppure viceversa. Ho iniziato tardi a seguire il cartoon che ha lasciato un segno importante tra tanti miei coetanei, che ancora resiste ed è molto seguito.

Vent’anni fa non avrei mai pensato di trasfigurare l’immagine di Homer nel mio specchio, come se fossi posseduto da un fantasma. Negli anni ’90 avevo un fisico quasi atletico, non ero ancora un budino gelatinoso. Non ero estremamente goloso di ogni lecornia che potesse tendere all’infarto. Matt Groening mi trasformato nel suo personaggio, divinizzando il mio destino. Non sono padre di tre figli, mia moglie non ha i capelli blu, ma ho bevuto birra Duff prodotta in Belgio, guido una macchina scassata, i miei lineamenti non sono simili a quelli di Homer. Mi sento simile al personaggio nel carattere. I motivi che mi accomunano al personaggio dei cartoni sono:

La mia inedia per cui mi trovo spesso trascinato sul divano oppure su un’amaca e raramente mi viene voglia di muovermi o fare sport.
La golosità che mi porta a sentire l’odore di un hamburger anche a qualche centinaia di metri di distanza, e mentre lo sto scrivendo, mi aumenta la salivazione.
Sono vizioso, intemperante, ingordo, cinico e sadico con il vicino di casa. Non c’è cattiveria nel mio modo di essere e non sono l’unità di misura delle virtù umane. Quando era bambino ero attratto dai Robot dagli eroi, avrei dovuto crescere e tendere ai supereroi. Crescere con SpiderMan, SuperMan e BatMan eppoi diventare Homer è veramente strano.

 

E’ un pò come crescere mangiando tagliatelle e cotolette e trovarsi nel piatto Hamburger con maionese e ketchup oppure falafel e kebab, senza togliere nulla alla gastronomia araba o americana di cui ne vado ghiotto, non sono la stessa cosa della pasta al ragù. La golosità mi ha trasformato in un Simpson.

I ragazzi della generazione precedente alla mia avevano tutto chiaro: se una persona portava gli anfibi e il chiodo era di destra, quando indossava l’eskimo e le clark, il suo pensiero era di sinistra. Le persone s’identificavano con quello che vestivano, ascoltavano e i locali che frequentati. I ragazzi ballavano rock oppure disco-pop, non si ascoltavano generi diversi, lo stile nel vestire rispecchiava la propria cultura per cui corrispondeva anche una determinata scelta musicale. I miei coetanei sono stati gli ultimi a scegliere un proprio stile. Le generazioni successive hanno globalizzato le culture, in un enorme guazzabuglio senza una propria individualità. Chi riesce a distinguere dalla massa arriva al successo, ma è sempre più difficile. Una volta sarebbe stata una bella gara tra i cartoon americani di Groening o Disney e i Manga di Gō Nagai e Kyoko Mizuki.


La terza rivoluzione industriale ci ha globalizzato. La cultura è diventata comoda, a portata di un click. Quindi i ragazzi del nuovo secolo hanno avuto tutto ciò che è possibile fornire, come maiali all’ingrasso. La risultante è che non esiste più il rockettaro e il fighetto (negli anni 80 Zanarino o Paninaro) che ascolta disco-music. I ragazzi sono influenzati dai genitori, ascoltano tutto ciò che capita : “Ricchi e Poveri” “Pupo” “Umberto Tozzi” “AC-DC” “Iron Maiden” “Sarà perché ti amo!” “Back in Black”. Passano da un genere all’alltro con una facilità pazzesca e disarmante. Anche riguardo il vestire è tutto stato miscelato, non capisci più se uno è un fighetto o un figlio dei fiori spesso lo sono entrambi. Ormai ci siamo nerdizzati a comprare roba tramite internet, a praticare giochi di ruolo virtuali e con un futuro da Homer.

Amo la cultura americana. Il viaggio che mi ha dato più piacere è stato nel 2009 e sono atterrato a New York. Ho guardato per anni documentari sugli Stati Uniti. Sono stato “segato” più volte in inglese e l’ho praticato per dieci anni senza assimilare una parola. Almeno credevo che fosse così. Poi una volta nella Grande Mela, quasi fossi posseduto da un fantasma anglosassone, ho parlato correttamente la lingua per tutto il periodo di vacanza. Tornato in Italia, è occorso del tempo per abituarmi nuovamente alla lingua italiana.

Homer rispetta perfettamente lo stile americano ed essendo molto attratto dalla cultura oltreoceano probabilmente mi ha influenzato. Ho divorato i telefilm come Beverly Hills 90210 e Dawson’s Creek e hanno lasciato un grosso segno nella mia vita. I miei “D’OH” sono dovuti alla pigrizia, alla mia semplicità, qualche volta all’ira che neanch’io ho il pudore di tenere celata, alla mia repulsione al lavoro, e forse sono anche un po’ stupido come Homer. In fondo come l’intelligenza anche la stupidità si dimostra a sprazzi.

Gli studi porteranno i medici a classificare questi disturbi come nuova patologia che chiameranno Homerpatia. In realtà ho molto rispetto per il personaggio dei Simpson e ricordo con grande affetto il doppiatore ormai scomparso, che gli ha dato voce in Italia: Tonino Accolla.

#NICOLARIZZOLI

 

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